
Stazzema, si apre l’armadio segreto
di Carlo Lucarelli
Su Raitre va la prima puntata della nuova serie di Blunotte: Carlo Lucarelli si occupa delle stragi nazifasciste archiviate per mezzo secolo dalla giustizia militare. La trasmissione su «L’archivio della vergogna» di Lucarelli e Paola De Martiis ha la consulenza di Vincenzo Vasile, giornalista de l’Unità, per l’inchiesta giornalistica e le interviste. Stasera si parla da Stazzema: il 12 agosto ‘44 furono trucidati 560 civili, il processo a responsabili dell’eccidio, sfociato in alcune condanne, lo ha aperto nel 2004 la procura militare. Pubblichiamo per gentile concessione degli autori l’inizio del testo di Lucarelli.
Questa è la storia di un armadio. Un grosso armadio di legno scuro, un vecchio armadio, un po’ tarlato. A due ante, squadrato e massiccio, di tipo ministeriale, un vecchio mobile da ufficio. Come tutti i vecchi armadi ha un suo fascino particolare, l’armadio è un mobile che può contenere tante cose, vecchie cose, memorie, ricordi. Possono anche essere inquietanti, però, perché oltre a contenere le vecchie cose, possono nasconderle. Questo è un armadio inquietante. Perché è pieno di scheletri, tanti scheletri, di uomini e donne, scheletri di bambini, tanti, e anche lo scheletro di qualcos’altro, ancora più inquietante, se possibile. Se ne sta in fondo ad un corridoio nascosto, giù in uno sgabuzzino al primo piano di un palazzo nel cuore di Roma, un palazzo bellissimo, dei primi del ’500. In quel palazzo c’è il Consiglio della Magistratura Militare, prima c’era la Procura Generale Militare, e giù, nello sgabuzzino, oltre un cancello di ferro chiuso a chiave, in fondo al corridoio, c’è quell’armadio di legno scuro. E c’è una cosa che lo rende ancora più strano, ancora più inquietante. È girato contro il muro. Alla rovescia, con le ante contro la parete.
Lasciamolo da parte un momento, lasciamo quell’armadio voltato verso il muro in quel corridoio nascosto di quel palazzo del ’500. C’è una fotografia, una bella fotografia che ritrae una mattina d’estate. Ci sono dei bambini in quella fotografia, stanno all’aperto, in un cortile e fanno un girotondo perché stanno festeggiando la fine della scuola, che da sempre, per tutti i bambini del mondo, è un’occasione di festa. Sono i bambini di un piccolo borgo che si chiama Sant’Anna, sono più o meno tutti i bambini di Sant’Anna, che è un paesino di quattrocento abitanti in provincia di Lucca, e sono bambini di tutte le età, perché c’è la guerra, è il 1944, e le scuole hanno classi uniche. Tutti quei bambini che fanno il girotondo nella foto sono morti. Tutti. Certo, c’è la guerra, ci sono i bombardamenti, sono giorni pericolosi, ma i bambini di sant’Anna non li uccide la guerra. Non c’è la guerra, a Sant’Anna, non solo. C’è qualcosa di più.
Il 12 agosto 1944, a Sant’Anna è una bella giornata. È agosto, fa caldo ma non tanto, Sant’Anna di Stazzema sta sull’Appennino Toscano, sopra la Versilia. È un paesino formato da un gruppo case sparse tra i campi e i boschi, un paesino tranquillo, ancora più tranquillo perché i tedeschi, che occupano la zona, l’hanno indicato come «zona bianca», cioè un posto sicuro in cui far confluire la popolazione che se ne va dalle città bombardate o dai paesi a ridosso del fronte. È così anche Valdicastello, un paese vicino, un po’ più sotto. (…) Ci sono i quattrocento abitanti di Sant’Anna, più tutti quelli che sono arrivati da Piombino, Livorno, La Spezia, ma anche più lontano, Genova e Napoli, gli sfollati, così si chiamano, che abitano nelle case ma anche nelle stalle, nelle capanne, in quello che trovano. Un migliaio di persone, più o meno, che se ne stanno tutti in quella vallata tranquilla, in attesa che il fronte passi e che la guerra finisca, gli alleati sono già quasi a Firenze. (…)
12 agosto 1944, sono le sette del mattino. Gli abitanti di Argentiera sono già svegli, in montagna ci si alza presto, come anche quelli di Moriconi, due borgate che stanno sotto la cresta del monte che sovrasta Sant’Anna. Qualcuno bussa alle porte. Sono soldati, soldati tedeschi. E al colletto hanno le rune del lupo, che sembrano due fulmini d’argento, o due esse. Sono esse esse, infatti. Gli abitanti di Argentiera e di Moriconi vengono presi e rinchiusi in una stalla, mentre i soldati danno fuoco alle case. Poi vengono raggruppati, incolonnati e seguono i tedeschi nella vallata, verso Sant’Anna. Laggiù stanno convergendo anche altre due colonne di esse esse, una che sta scendendo da Ruosina a nordovest, e un’altra che arriva da Mulina, più a sud. È un accerchiamento, con una quarta colonna rimasta in fondo alla vallata, appena sopra Valdicastello, come per fare da tappo a quell’imbuto tra i monti. E infatti hanno sparato un razzo che ha fatto da segnale d’inizio all’azione. Ma per fare cosa?
È un rastrellamento, pensano gli uomini di Sant’Anna, i tedeschi prendono gli uomini per mandarli a lavorare sulla linea Gotica, al fronte, o magari in Germania, e allora gli uomini salutano le famiglie e vanno a nascondersi nei boschi. Nella vallata rimangono soltanto le donne, i vecchi e i bambini, a loro i tedeschi non faranno niente. Sono solo donne, vecchi e bambini. Cosa c’entrano loro con la guerra? (…)
14 agosto 1944. Due giorni dopo il parroco di La Culla, don Giuseppe Vangelisti, sale a Sant’Anna con un trentina di volontari. Sono arrivate brutte notizie da Sant’Anna, molto brutte. La prima cosa che vedono don Giuseppe e i volontari sono i corpi di due ragazze, due ragazze di vent’anni, stese davanti alla porta di un mulino e sul retro c’è anche il proprietario. Poco più avanti, sulla riva di un ruscello, c’è una donna e poi arriva l’odore, un odore forte di putrefazione e carne bruciata, sempre più forte, che fa capire benissimo cosa è successo e quanto grande e quanto terribile sia. (…) Lungo la strada verso la piazza di Sant’Anna padre Giuseppe incontra un uomo che conosce, è un ufficiale di marina che lavora all’arsenale di Livorno, il tenente Antonio Tucci. Il tenente Tucci afferra don Giuseppe per la veste e gli dice che hanno ammazzato sua moglie e i suoi otto figli, tutti e otto, la più piccola aveva 3 mesi, e adesso lui vuole andare con loro. «Lo tenni per la giacca» ricorda don Giuseppe, «ma non trovai le parole per confortarlo».